PARIS


Ho scelto un posto solitario nella metropolitana che mi accompagna da una parte all'altra di questa città, non perché mi senta più sicura, credo solo per il bisogno di non sentire nessun calore vicino a me. La metro è fredda e affollata allo stesso tempo e in alcuni tratti esterna. Cerco di tenere alta l'attenzione per poter ammirare le strade di questo quartiere. La mia concentrazione si perde nelle luci che si allontanano velocemente e si trasformano presto in una foto sfuocata. Non riesco a catturare nessuna immagine nitida, il dondolio naturale dell'andare mi coccola ed è più forte della volontà di essere una turista perfetta. Vorrei appoggiare la mia guancia sul finestrino, i miei piedi sul sedile, con un braccio tenere strette le mie ginocchia e con gli occhi socchiusi approfittare di questo andamento lento per riposare un po'.

Per evitare di addormentarmi, osservo le persone che abitano assieme a me questo spazio in cui il tempo viene dettato soltanto dalle fermate. Una voce scandisce perfettamente il luogo in cui si ha la possibilità di scendere o salire. Il punto d'intersezione tra la salita e la discesa è riscaldato. Il punto in cui si può entrare in questo mondo mobile e in cui si ha la possibilità di uscirne ha dei bocchettoni di aria calda in cui colui che può essere un passeggero, o lo è già, ha la possibilità di sentirsi bene. E' strano che proprio il punto più pericoloso sia quello in cui tutti possono sentirsi meglio. Nelle giornate più fredde immagino che quello spazio sia ristoratore per le migliaia di persone che lo attraversano.

Decido di cambiare posto e sedermi dove le persone possono essermi vicine. Mi alzo e vado verso la metà del vagone, resto in piedi e aspetto che si liberi un posto. Alla seconda fermata una donna con una bambina si alza, mi siedo. Davanti a me una ragazza mora, con capelli riccioli e folti ha il rossetto che sagoma perfettamente i limiti delle sue labbra. Indossa una pelliccia e non sembra sentire freddo. Chiacchiera al telefono, credo con una sua amica, e cercando di tradurre qualche parola sembra raccontarle del pomeriggio trascorso con un suo, forse, fidanzato. Sorride e sembra entusiasta, se non soddisfatta, di aver dovuto viaggiare per raggiungerlo. Nonostante la mia concentrazione sia focalizzata su di lei comincio a pensare al mio di fidanzato, che forse ho lasciato per fare questo viaggio, che forse non rivedrò mai più. Non sono triste e inizio a domandarmi se io sia mai stata capace di condividere del tempo con qualcuno. Ho mai impiegato le mie energie per far sorridere qualcuno che non fossi io?
Non lo so, scoprire questo egoismo e questa dolcezza sterile mi fa sentire a metà tra uomo e donna, sentirmi così fredda e insensibile crea in me un disagio ancestrale e si scontra con un desiderio di femminilità mancante.
Che io, davvero, non abbia sentimenti non è empirico. Qualche volta ho pianto, mi è capitato che lo stomaco mi si rivoltasse di fronte a parole uscite da certe bocche e c'è stato un periodo in cui la mia spensieratezza aveva preso il sopravvento.

Il 17 Giugno di due anni fa, dentro me stava crescendo qualcosa e appena mi svegliavo, sorridevo. I miei occhi si inumidivano ogni qualvolta mi sentivo amareggiata. La mia emotività stava proprio appoggiata sulla mia pelle e mi sentivo così libera di poterla esprimere che chiunque avrebbe potuto ferirmi. Quando passeggiavo per strada non mancavo mai di cortesia e gentilezza e quando la sera arrivavo a casa trovavo sempre un bacio ad aspettarmi.
Il 18 Giugno di due anni fa, la stessa cosa che cresceva dentro me stava morendo e il suo corpo cominciava a pesare e a gravitare verso il basso. Ricordo di essermi preoccupata quella notte, ma la mia innata stanchezza mi ha impedito di svegliarmi e prendere in considerazione che forse avrei dovuto. Mi sono svegliata comunque, la mattina del 18, alle 9. Ho subito capito che non avrei potuto bere il caffè ma correre fuori e chiedere aiuto. Quella giornata è stata interminabile, perché è durata ben 48 ore. Quando tutto si è macchiato con la parola fine il calendario marcava il giorno 19 e ho avuto così la sensazione di non aver mai vissuto veramente quella giornata. Forse per la scelta di non bere quel dannato caffè.
Durante quelle ore mi sentivo sconfitta e coccolata allo stesso tempo, tante persone si stavano prendendo cura di me e piangere era considerato da tutti naturale. Ricordo che la notte passata in quello spazio bianco è stata una delle migliori. Una temperatura ideale e delle coperte pulite. Ero distante e forse non così triste. Sentivo i miei familiari bisbigliare frasi con contenuto forse obsoleto, dicevano spesso che non stavo realizzando. Avevo invece realizzato benissimo e vissuto in prima persona la transizione dal pieno al vuoto.

Aprire, svuotare, chiudere. Tre semplici passaggi portavano la mia vita in un altra, davano un calcio a quello che era per proiettarmi in quello che sarebbe stato. E così l'ho vissuta, niente emozioni, niente paure. Step. Step che mi avrebbero dato la possibilità di essere ancora soltanto io la mia preoccupazione e la mia gioia.

Arrivata a casa, parenti e amici facevano la sfilata per chiacchierare con me e portarmi supporto, ma io sentivo invadere la mia necessaria solitudine e indipendenza. Con inimmaginabile comprensione mi ero convinta di dover ritrovare la spensieratezza che sentivo persa prima di quel giorno, le responsabilità che avrebbero afflitto il mio ego adesso non esistevano più e leggere un libro o svegliarmi ed osservare il nulla era ciò che aveva importanza.

Non ho mai potuto parlare con il mio compagno di queste sensazioni contrastanti, com'era possibile desiderare tanto qualcosa e poi non desiderarla affatto? Come avrebbe preso la mia subdola gioia di essere nuovamente sola?

Quando mi svegliavo pensavo a tutto ciò che avremmo di nuovo potuto fare insieme e le mie energie irroravano il mio sangue, ero attiva e curiosa. Avremmo potuto viaggiare, ubriacarci, passare la notte a fare l'amore al chiaro di luna, avremmo potuto perderci senza avere motivo di ritrovarci. Potevamo pensare almeno di vivere senza orari, senza regole dettate da una familiarità imposta. Svegliarci e cenare, poi guardare un film, dopo vedere gli amici, avremmo potuto studiare tutto il giorno, scrivere e dipingere. Avremmo potuto inventare itinerari nascosti e raccontarci delle storie, fare giochi di ruolo e urlare ad ogni orgasmo vissuto.

Ma poi i miei occhi incontravano i suoi e niente valeva più la pena di essere detto.

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